- Psico Analisi -
© M.I.U.S. 2013

         

                                                                               -31.08.2013-

PARTE 1° 

Cin Polam

 
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Cin Polam

“senza titolo” 

Be’... potrei anche non ricordar bene quelle righe ormai vecchie nella mia ingrigita memoria. Qualche dettaglio sarà appannato, inviluppato, sparito fra le pieghe umidicce, un po’mporrite da intemperie e distanze percorse dalla mia mente... Ci sta, una frase ironica presa a dritto...   Una dritta presa per ironica e sulla quale ho spesso risacchiato all’improvviso fra me e me, da solo o con altri....  Improvvisamente quelle righe riapparivano: contenuto, punteggiatura, formattazione, tipo di carattere, per giorni, mesi, anni. Interrogativi fulminei su volti di gente grigina (grigio indefinito, di notte bigio, sudicio di giorno), e ancora, rapidi e brevi contrazioni di gomito al vicino del momento, ma dalla nascita affine, gente dello stesso lotto, frutto di algoritmi genetici vecchi di centinaia di migliaia d’anni. Il tempo dell'ultimo pensiero originale.    È un pezzo che non mi capita più, aprire un libro intendo e sentirlo rifluire nel cervello, nei piedi, nel cuore come un tempo: o è cambiata la letteratura o, come dice il mio analista “abbiamo imboccato la via giusta”. La via giusta! Figurarsi, detto da uno tutto casa e lavoro, SUV e palestra. Ultimamente aveva aggiunto una costosa, aggiornatissima verruca satellitare sul cruscotto, un suggeritore di strade che pomposamente chiama navigatore. Casa e lavoro, che poi “casa e casa” è, visto che ha lo studio in fondo a un corridoio di due metri, a uno e mezzo dalla cucina. La sua vita è in quelle lunghezze. Il cesso, cinque metri più in la, quando gli scappa va in trasferta. “Imboccato la via giusta”, a me lo dice. Quel che ho girato io in Europa se lo sogna. Mai avuto bisogno di escrescenze satellitari piantate di fianco allo sterzo, né di cartine... e lui... Non gli rido in faccia per rispetto all’anzianità evolutiva dell’omo-psichiatricus, ma se ci penso mi dondola il capo. E’ più forte di me. Ogni volta che entro per una seduta, lui mi guarda, io lo guardo... il capo mi dondola... Parte da se. Una battuta, datemi lo spazio d’una battuta, per divvi chi è.    Gli feci: “ora che ha messo il TOM-TOM” gli do de’ lei, “crede di riuscì a chiappammi?”. Mi guardò in silenzio, è normale. Abbassai lo sguardo. “Oh!” esclamai, alzando gli occhi curioso di vedere la reazione. Oh! ripetei come un bimbo di un anno a cui cade la sua coloratissima palla. Restò inespressivo. Infilai una mano nel sacchetto sulle ginocchia traendone una scatola da scarpe spruzzata di spray bianco con una scritta a spray nero sul coperchio, “Oh! O che è? -J-E-R-R-Y  J-E R-R-Y- C’è scritto: JERRY- JERRY”. Gliela mostrai... Mi fissò in silenzio, è normale. Ripeto  “guardi guardi... o cosa c’hanno scritto? -N a v i g a t o r e J E R R Y  -  J E R R Y-. Lei TOM-TOM... io JERRY-JERRY. Ce la farà? eh?...”. Un’ora intera, io che alternavo assoluta serietà guardandomi  intorno senza muovere la testa, a risatine volutamente trattenute ammiccando la scatola. Lui zitto. Zitto, serio, pallido, immobile... impassibile. Altrove. Lo sguardo fisso su un punto imprecisato in una linea immaginaria, che dal centro della mia fronte proseguiva all’infinito... Finì l’ora, le sue labbra si dischiusero: “Le sedute sono sospese, devo riflettere. Le farò sapere”. Il tono era calmo, basso, lo sguardo sul solito punto... pallidissimo. Quattro anni di analisi. Tutti i suoi sforzi, il suo iniziale ottimismo, quasi euforia alla prospettiva di avere fra le mani un caso unico. Sforzi sovrumani da parte mia per riuscire ogni volta a trovare ancora qualcosa di me non detta. Tom e Jerry ed è la fine. La prima volta, ricordo, mi offrì il caffè, sorrideva, mi chiese di parlare del mio hobby preferito. In seguito non gli ho mai confessato che degli aquiloni non mi è mai importato in tutta la vita. Anzi, l'aria mi affascina come affascina un elefante. È l'acqua l'elemento che da sempre mi attrae. Quella prima volta tirai fuori gli aquiloni nell'antica Persia per averlo letto dal barbiere. Non ho mai avuto hobby, ma potevo dirlo? “Io non ho hobby”. E come dirlo, allegro? M'avrebbe preso per scemo o che lo prendessi in giro. Serio? “dottore, io... non ho hobby” scuotendo il capo... L'avrebbe scambiata per angoscia, magari paranoia, Tono amabile?...  M'avrebbe creduto? “Via via, dica dica...” Avrebbe inviato a punzecchiare, psichiatricamente intendo, e poi insieme al caffè c'erano dei pasticcini, e ripeto, è la verità, non ho mai avuto hobby, al massimo interessi. Potevo tentare col tono riflessivo intelligente, guardarlo di sottecchi dando l'impressione di pensare a chissà che, lasciando cadere un “non ho hobby dottore”. Come fosse un problema e un invito, un buon punto di partenza per iniziare a scandagliare l'iceberg. Oppure partire con uno dei miei interessi che però hobby non è: “Mi interessa moltissimo l'Algebra dottore”.  Ve lo immaginate? L'avrebbe presa a ridere. Ah ah che risate. A me scappò da ridere sul suo commento sul paradiso terrestre al mio primo timido accenno: “Abel (*1)” dissi “non è ancora stato pienamente valutato,,,”. Non mi lasciò finire. Pensai anche a Galois (*2), ma forse non fumava. Insomma credetti di risparmiargli altre brutte figure. Mai più rivisto, mai risentito. Meglio così. (fine prima parte)
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