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   PARTE 2° 

Ho saputo il nome dell’analista da cui dice si sia rifugiato. Le referenze degli informati nel settore sono positive: nulla da ridire, anche se non è chiaro se per merito o totale mancanza d’informazione al riguardo.      Questa piega finale non mi ha fatto piacere, insomma mi spiace... be’, però, ad ogni modo, ora capirà, capirà che significa parlar di se, entrare nel più piccolo, intimo, vecchio dettaglio della propria vita del tipo “ti devi abituà a ripulì le scarpe dalla mota prima d'andà a scuola...”, mia madre, e ancora: “il sapone fallo arrivà fin'al collo, e l'orecchi... ocché credi che un vedano la groma!?”. Una volta controllai dietro lo specchio: polvere a parte nulla, niente telecamere miniaturizzate di marziani o che. Come facesse a vedermi dalla cucina è un mistero ancor oggi. E non il solo. Finito di giocare, rientrando a casa nel pomeriggio, da un'occhiata capiva in quale prato, si fa per dire, s'era svolta la partita. Un pomeriggio, al rientro dalla solita partita, dalla consueta occhiata agli scarponcelli patinati di mota, nonostante li strofinassi nell'erba non riuscivo che a spandere il fango o poco più, oltre a indovinare il luogo mi toccò un insolito rimprovero, “un'andà più nel campo dalle parti del XXXX, le scarpe restan macchiate e' calzettoni un vengano”, seguito da un commento quasi per se stessa “pagherei sapé che danno all'uva,..”. Ma certo, porca miseria! Il fango, lo vedeva dal fango e dalle macchie d'erba. Ogni campetto si distingueva, anche se di poco, per il tipo e colore del fango. Quello, a guardar bene, aveva lievissime sfumature bluastre. Impercettibili all’occhio inconsapevole delle difficoltà di ripulire la pelle delle scarpe e i calzettoni. Indossavo calzoni corti all'epoca, come tutti i miei amici. Un'analisi degna dei CSI americani. CSI Miami, CSI Las Vegas. Nei primi anni 60 avevo un genitore CSI. CSI-Villaggio Piaggio. In poche decine d'anni l'evoluzione aveva atrofizzato quell'istintiva capacità d'analisi. Oggi ultra laboratori zompano alle stesse conclusioni dopo ore d'agitar provette, montagne d'ammiccamenti, baccagliamenti il cui unico scopo è trombassi la collega o viceversa verso la fine della puntata. Prima il dovere poi il piacere. E mi stupisco che ogni volta arrivino a beccà il colpevole. E che colpevole. Aborti fra i degenerati. Cui unico scopo sembra far solidarizzare i personaggi del laboratorio, ora un tecnico ora l'altro, al punto che scocchi l'imponderabile scintilla e li porti a rinfrescanti, rigeneranti, sane trombate. Dando così all'umana loro componente la possibilità di godere per qualcosa che non sia veder cangiar colore al piscio o nuotare uno spermatozoo dal flagello valgo. Il colpevole come “catalizzatore” del trombà. Questo stando ai telefilm. Evoluzionisticamente parlando, la perdita della capacità che da una sbirciatina alle scarpe si vedesse un luogo, doveva esse cominciata all'albore dei video giochi. Campetti in erba sintetica con annesso allenatore, come un gesso legato alla lavagna collo spago, avevano ucciso l'ultimo gene.     A parte questo... torniamo al punto, al “collo gromoso” come diceva lei. Il fatto è che ero sempre assieme a esseri-bambini con “groma”. Chi più chi meno. Levalla tutta era troppo, avrebbe dato nell'occhio. La ragione della “passata del gatto”, espressione accusatoria materna al tempo in voga, era quella. I bambini “troppo puliti”, ne capitavano di passaggio, suscitavano diffidenza. Non che volessi o dovessi adeguarmi al gruppo pena..., era la natura moderata del mio animo, non diverso dai miei compagni, a rifiutare la parola “troppo”, sinonimo di “più del necessario”. Pericolosamente vicino a “oltre il ragionevole”, una sfocatura del reale di per se insignificante per un adulto, ma portatrice d'un alone d'insicurezza per un bambino. Ecco, l'insicurezza, per questo mi preoccupava quel lato “estremista” di mia madre. Perché diavolo dovevo far fuori tutta la groma, proprio tutta. “O ti lavi o non ti lavi” altra sua sparata, tipo “o tutto o niente”.Perché? Non era più giusto il concetto di “adeguatamente pulito”?  Messo a specchio andava bene ma una, due, tre volte l'anno in occasioni speciali: Pasqua, Natale, il primo giorno di scuola.... Così pensavo all'epoca.... Beh, si, all’epoca...     Terminai questa piccola digressione soddisfatto di aver ampiamente e brillantemente affrontato l'argomento “pulizia”. Mi ristetti immobile, silenzioso, in attesa della sua reazione. Pochi secondi e Il neuronauta mosse le labbra: “i n c o m u n i c a b i l i t à”. Abbassò gli occhi sull'ampio taccuino che teneva aperto sulla scrivania, scarabocchiò qualcosa con brevi colpetti del suo lapis e riprese a fissarmi. Mai più visto un lapis tanto appuntito, sembrava un artiglio su quel povero foglio.       Ripresi: “E se alla fine della partita restava intonso, o anche pulitino, be'...” Alzò le sopracciglia. Avevo usato “intonso” apposta e l'aspettavo. “Il bimbo, il bimbo troppo pulito di passaggio, se s'era adeguatamente insudiciato ochei... sennò s'era bellè fatto rigioà, nemmeno fosse stato Pelè bambino”. Mitico bambinoide, paragonabile per miracoli al piccolo ebreo di tanti anni fa, dove comandava un circolo di preti e nocchinavano romani impennacchiati. Solo che l'ebreo imponeva le mani e zacchete, almeno dice; il brasiliano zacchete zacchete lo faceva di testa e di piede e c'è gente ancora viva che lo vide mentre... operava.     Insomma, tutto tutto non dicevo di quel che mi veniva a mente, sennò seee... Mi concentravo un paio di minuti, riandavo a un periodo del passato e via. Perché ullo so, pensi che hai un ora davanti, e se un parli finisce che ti metti a fissallo come lui con te. A quel punto cresce la tensione, magari uno o tutt'e due s'invia a vibrà in silenzio, t'esce il sangue dal naso, partano le prime schegge, e all'improvviso ti salta il campanile (antropologicamente parlando) e caschi a terra in un lago di sangue.      Eppoi ripeto, il fastidio un è que' mucchietti di parole, que' ricordi che vengono alla mente e devi sforzatti per mettili in fila. Ma la faccia del pinco lì davanti: mai un segno vitale, eccezion fatta dei pochi lievissimi sospiri che assorbi come il deserto le gocce d'acqua. Così lievi e rari da dubitar perfino sull'origine: Mia? Sua? Boh! -  Insaporiti eccezionalmente da assensi o dinieghi del capo, tanto impercettibili che pensi a distorsioni ottiche dovute allo stress da noia. E altri microscopici segni di sconforto o tic... difficili dire. Poi l'ora finisce e l'analista sub-follicolare serve il dolce “è tutto? … anche oggi mmhmm... ne abbiamo di strada...”. Rimanendo zitto avrebbe terminato con coerenza. Da ultimo, quasi a commiato, sospira tipo “un'è mia colpa mia, e se' te che un capisci una sega. Io più di 'osì...” ... Oh! Ma vaffaunculo!! Ops, scusi scusi, m'è sfuggito... Scusi un cazzo, o palleeee... ma vaffaunculo!! Ma ti rendi 'onto che non so più che cazzo di? Naturalmente lo penso e quando penso mi scappa il tu.  Ci credereste? da quando non assisto alle silenti sedute del rinomato speleologo della calotta, son rinato. Uno stress di meno, una pallina che scorre a sinistra nel pallottoliere. Chi assapora i semplici gesti ZEN capisce che intendo. Eppoi... ma anche lui. Fosse onesto, e onestamente non ho ragione del contrario, dovrebbe ammette dessisi abbandonato a qualche grammo di sospiri in più da quande ho smesso d'apparì sulla porta dello studio alle cinque della sera. Martedì e giovedì. All'inizio si sa, tutti i gatti sono bigi, ma più passava il tempo e da bigio, bigio-chiaro, da ultimo gli dovevo apparì di color rosso via via più cupo. E non per le difficoltà, piuttosto per noia: l'avevo io grandiosa, immagino lui dové ascoltà elenchi di fatti senza capo ne coda, senza storia, trama, pieni d'inutili dettagli, e consapevole, non poteva non essersene accorto, della totale infondatezza di alcuni. Il tutto da un estraneo... certe cose un si fan manco per un figliolo. Ma riandiamo indietro di tre mesi, tre mesi prima dell'episodio del, chiamiamolo “TOM-TOM / JERRY-JERRY”. Col passare del tempo mi convincevo che, tutte quelle ore a fissarmi, seduta dopo seduta, per mesi, poco a poco potesse spingerlo troppo oltre lungo la linea dell'abbrutimento. Per questo, m'era venuta l'idea d'ammorbidire il suo presunto stress con qualche barzelletta. Giusto quei tre minuti utili ad allentare l'eccessiva concentrazione. Ricordavo perfettamente certi pomeriggi passati a ponsare su intricatissime equazioni non lineari, a escogitare un qualche algoritmo per approssimare almeno alcune delle soluzioni. Delle volte bastavano cinque minuti di radio, giravo la manopola che c'era c'era, mi rinfrancava una musica, un discorso. Quel tanto da rilassarmi, farmi sentire meglio. Non dico aiutasse a risolvere i problemi, o comunque non ne sono sicuro. Certo non l'avessi fatto sarei esploso. E pallicchere davanti mi sembrava avesse superato la fase “al dente” da parecchio, insomma più il tempo passava più quel pericolo latente mi sembrò diventare reale che il chiederglielo divenne inesorabile. Alla fine mi decisi e provai “senta, avrei una barzelletta, posso....?” - “Preferirei di no”. Non glielo chiesi più. In compenso però, sennò morivo, cominciai ad adattarne alcune tra le simpatiche del mio repertorio, facendole passare come fatti realmente capitati a me. Stesso lo scopo: alleviare la tensione. Le piccole storie mi hanno sempre divertito, l'idea di servirmene come pillole contro la noia afosa di quei giorni mi esaltò. Il costatare che lui non se ne rendesse conto, anzi, dai microscopici movimenti, paresse interessato, fu di stimolo. Cos'erano in fondo: piccole sceneggiature, fattarelli stupidamente comici, inverosimigliati dalla forza di volontà che rifiuta dover parcheggiare il cervello anche per sole due ore la settimana. Tengo a precisare perché non sembrino espedienti da bugiardo, da ingannatore, esaltato addirittura, o una tattica volta al mascheramento, a impedire di leggermi nel pensiero. Da quel lato anzi, e purtroppo, mi ero rassegnato. Mi sarebbe piaciuto se un giorno fosse saltato su esclamando “lei è sano caro palle”. Mi sarebbe stato bene anche palle, anzi, m'avrebbe fatto piacere, un segno inequivocabile di sintonia. Quello sguardo invece ricordava la fissità d'un faro spento in un teatro che, finito lo spettacolo, chiudono lasciando al mattino le pulizie. Insomma, l'alternativa era finilla lì, un bel giorno entrare “buonasera” - risposta “buonasera” -, soffermarsi in piedi, ricambiare lo sguardo e “dottore” - “siiii!?!?!” - “che palle!!!!!”. Quindi uscire incurante del silenzio del suo faro inutilmente puntato sulla mia nuca.      Uscendo però, al termine delle sedute, mi sentivo col palato amaro e impastato, come dopo una sigaretta fumata nervosamente e controvoglia: a fronte di sforzi di fantasia niente male, di cui di tanto in tanto io stesso restavo ammirato per la logica, verosimiglianza, rotondità, bellezza di un raccontare che da barzellettina diveniva aneddoto, e di verbo in verbo si trasformava in storiella e poi storia. Un paio di volte, al termine dell'ora, fui tentato di proseguire nello sforzo creativo. Uscendo dalle sedute, mi fermavo sempre un'altra ora al bar per smaltire lo stress accumulato. Come un sub fa in fase di risalita. Ma, o per il rilassamento, o per via del cambio d'ambiente, per il chiacchiericcio, o il saluto di qualcuno, la storia purtroppo spariva dalla mia testa velocemente. Evaporava, svaniva. Neppure un dettaglio. Puff! - Avevo perfino immaginato di farli diventare racconti da spedire a qualche editore, Una raccolta dal titolo “A tu per tu con me stesso”. Non male, vero? Niente da fare, neppure lo stimolo d'esser pubblicato li tratteneva nella mia mente. Restava lo psicoanalista, purtroppo unico spettatore, o meglio il suo sguardo imperscrutabile che ormai solo la fiducia incrollabile nel prossimo mi faceva supporre l'esistenza di una mente celata dietro.      Lo sguardo non dava apprezzabili segni di gradimento, a parte cambiar bracciolo e chiappa d'appoggio sulla sua avvolgente, professionale poltrona, il resto era marmo. Ochei, dovevo dare atto di certi rari, millimetrici movimenti di ciglia, quando mi sfuggivano certi termini pietrificanti... ma la cui immobilità sarebbe stata notata maggiormente. Anzi, dopo un po' di volte, mi venne l'idea di inserir parole forti solo per riassistere a quelle minime reazioni. Purtroppo la cosa mi scappò un tantino di mano, cominciai ad adattare le frasi alle parole spinte e non il viceversa. Alla fine mi trovai ad organizzare mentalmente interi paragrafi solo per la bomba finale. Come un comico che prepara la battuta per la risata.       Lo vidi così sobbalzare un paio di volte, naturalmente in silenzio. Interessante fu misurare le contrazioni degli occhi e confrontarle. Perché lo facevo? E chi lo sa. Non per gratificazione, questo è sicuro. Forse per quel che oggi chiamano “bisogno d'interazione” una volta “costatare reazioni a stimoli” o “vedere di nascosto l'effetto che fa” della nota canzone. La cosa comunque si esaurì abbastanza presto insieme al mio interesse, solo che finì per lasciarmi una certa esperienza al riguardo. Così, senza neanche accorgermene, farcivo le frasi di... parole. Ad ogni modo, i suoi “tic” si affievolirono a poco a poco, sia d'intensità che in frequenza, fino a cessare. Una questione d'assuefazione immagino.      All'applauso non tenevo, già l'ho detto, ma neppure riuscivo a scorgere sbocchi ai miei sforzi narrativi. Una gratificazione esterna pur minima doveva arrivare. O ne avrei risentito quanto prima. E allora avrei avuto bisogno, allora si, di psico-sbirciatine di un vero specialista.      Nel mio parlare, riferivo di fatti inventati, incentrati su di me. Spesso la barzellettina mi serviva da spunto, da idea, il corpo e tutti i personaggi che imbucavo a piacere fra le parole, erano il frutto genuino di una volontà originata dalla voglia di sopravvivere a quell'ora. Di non appiattire la mente al tiepido acciaioso tedio di uno sguardo ossessivamente oggettivo, stupidamente sicuro, platealmente inutile, pericolosamente concordante... Una promessa di luce che diventava grigia e ancor più grigia, e giù giù fino a prevedere l'oscurità completa.       Insomma se dovevo star lì due ore la settimana, in teoria bisognava ci credessi. Solo in teoria però, in pratica decisi che dovevo sentirmi libero di pensare il contrario ogni volta lo avessi reputato giusto. Quest'approccio critico, pragmatico, doveva, forza maggiore, rimaner nascosto. Tanto, a parlarne al professionista che avrei ottenuto? Il suo impercettibile impersonale sorriso? Un commento a cui non tenevo. Così, in modo quasi repentino, con sobbalzi interiori più o meno intensi, misi fine alla fase “narrativa” dei miei incontri coll'esimio esperto dello scrutar tacendo. La seduta successiva la passai in silenzio, alla fine dell'ora ci fu l'usuale sospirò, mancò però lo “anche oggi uhmmm... eccetera, eccetera”. Notai la cosa e non mi piacque, in seguito ne capii la ragione. (fine seconda parte)

 -13.10.2013-

Cin Polam

“senza titolo”