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   PARTE 3° 

Quando proposi la barzelletta, la replica di Ciglio Seduto non fu esattamente “Preferirei continuare” riportato dianzi. Nel momento mi premeva dire altro e sorvolai. Adesso però, penso sia il momento di riprendere la cosa e riferire la frase originale. Non per onestà formale, non è questo, non solo comunque. Il punto è la necessità di tratteggiare, nel possibile, i concreti aspetti dell'essere umano preposto alla mia analisi.      Che il personaggio valga più d'una parentesi o due, credo sia ormai indubbio a tutti. Così, dopo opportuna ponderata riflessione, ho deciso che, di tanto in tanto, lascerò la sua personalità affiorare nel racconto, soffermandomi ad ogni suo segno vitale. Parlo soprattutto di quei lievissimi movimenti che solo un occhio allenato da mesi percepisce. Occhio a cui la cosa pare sempre più somigliare all'abbassar millimetrico della guardia d'un pugile. Purtroppo se si sta alle parole, neppure dio riuscirebbe a stabilire gran che. Il sesso forse, ma certo no dalla voce. Ci son donne che scopri donne incontradole. Al telefono pensavi che i Rossi, Bianchi e Verdi che stavi invitando alla riunione fossero i fratelli, non le sorelle Bandiera. Qualcuno lo chiama effetto Multifilter, ma sospetto ci sia dell’altro. Insomma, così ho deciso.      Delle volte mi viene addirittura da pensare a... che a dirlo qualcuno potrebbe darmi davvero del matto; penso e non è il baluginare d'una impressione purtroppo, che questa interminabile serie di sedute tutte uguali, io parlo e lui assente che ascolta, faccia comodo più a lui. Se la prima volta che mi salì alla mente, sorrisi come a una battuta, da allora le volte son parecchie, sempre più frequenti, e il sorriso s'è tramutato da tempo in timore.     E il timore è questo: -Se fosse lui a trarne giovamento? Se tutta la storia fosse la grande trovata d'un furbo di prim'ordine? Oppure un idiota, a volte distinguere è difficile.- Spiego, non dico che ascoltandomi, prestando orecchio (che squallore i modi di dire), ai discorsi d'una persona “sana”, giunga al motivo di un suo malessere, all'inadeguatezza che lo tormenta. Solo che magari, ecco, provi gusto a sentir cose... che altrimenti non conoscerebbe manco si rincarnasse in eterno. La cosa lo far star meglio e non smetterà finché non avrà tirato l'ultima frase dell’ultima storia. Alla fine, dopo mesi e mesi beatamente seduto ad ascoltare e incassar soldi, dichiarerà di vedere un netto miglioramento e “suggerirà” di smettere la terapia. Salvo restare a disposizione, nel caso il “bisogno di riaprirsi” si ripresenti impellente... Che tradotto: “Oh, per ora riposati, quand’ha’ ripreso fiato, io son qui. Capito? Vai, via bellino, su, via, vai bellino, vai...” Naturalmente il sostituto è sottomano. Insomma, una volta giunto al limite della pazzia tanto da confidare che fino ai quattordici anni hai creduto, e mai esternato, che i negri son negri non per un pigmento ma perché dio si distrasse e ne lasciò uno troppo in forno... “sa, il prete, la creta, Adamo... da lì la stirpe”. Lui non batte ciglio e a te non batte il cuore per alcuni secondi. È ovvio che il “dettaglio stirpe”, non troverà mai posto nel puzzle. Insomma, robetta, dettagli di nessun significato, frammenti che escono conversando col vicino in sala d'aspetto per ammazzar la noia. Frammenti che messi assieme creano una vita virtuale, l'illusione d'una realtà creata in chi ascolta. E ciò, irrazionale o no, lo fa star bene, si diverte. Io non mi divertirei, voi neanche, magari dopo un po'... La stragrande maggioranza tempo due, tre volte soffocherebbe dalla noia... ma quanti sono i collezionisti di francobolli rispetto alla popolazione mondiale? Una cosa assurda per miliardi, per uno è lo scopo della vita. Naturalmente la prima ipotesi non è da scartare, l'aspetto curativo intendo, ma la seconda, il lato ludico, è più probabile. Oppure entrambe: si cura e si diverte allo stesso tempo. Già! Che la Vedetta Ben In Vista avesse trovato il modo di curarsi e spassarsela tutto a mie spese? Confesso che il pensarci mi sgomenta, se così fosse credo potrei arrivare a colpirlo. Nel senso, io fermo a mezzo metro da lui fermo. Parte un cazzotto, lui cade, sangue alla bocca, rosso sul tappeto, tappeto in lavanderia... Io sempre fermo, lui si rialza, parte un cazzotto, lui cade, occhio bluastro... Ed ecco che, un attimo prima del “Ciak lo tonfo - Primaaaaa!”, l’immaginazione ti trascina d’incanto in un cantiere di demolizione dove ammiri enormi e pesantissime masse sferoidi d'acciao e cemento che oscillano fissate a catene fissate a gru che le sbattono su un palazzo. Palazzo dove lo spray ha dipinto la faccia 1000:1 del tizio davanti a te. Inciso, vedete l'importanza del contesto? Un sudicio sferoide, abnorme in peso, dimensione, e forma, collocato nel giusto contesto, diventa oggetto di desiderio, la condizione essenziale per ristabilire il corretto computo tra noi e il mondo. Il mezzo sublimato per evitare una denuncia da percosse e conseguente citazione danni. Il desiderio di un tappeto in più da pulire, quello purtroppo resta.   Beh, in questo caso... ragazzi, in questo caso lui dovrebbe paga' me. No? Mettiamola chiara, indietro ummi tirerei. Fosse davvero così, ma gli racconto dall'inizio inizio. Da quande venni al mondo. Se davvero lo fa per star meglio lui, basta paghi, e n'avrei da dignene, e se tutte tutte vere vere un sono, son cose che... deh, un credo sia facile trovà storie alla mi' altezza.  Partirei dall'inizio, bada. Dal principio che proprio più di 'osi... Più di 'osi, un'è più storia ma epica. Mitologia. Da quande feci capolino, e partì il cronometro della mi' vita. Dalla nascita insomma, di quando mi resi 'onto di'e fosse quel vocio ovattato che andava veniva e rompeva già 'oglioni prima di mette il naso fori. Ecco che fu. Successe che un po' perché pingevano, un po' per curiosità alla fine m'accapai. Mamma mia!...: “scusate ho sbagliato stanza”. Feci per rientrà, e'nvece poppete... schizzai fori alla popcorn. Tutt'a fissammi... Una bestia mi pigliò per e piedi, svelto mi girai, cercai a tentoni la maniglia dentro una specie di bambagia bigia, niente. Era una porta di velle moderne, lati destro e sinistro scorrano e zak a battuta. A quel punto un maniglione antipanico e la mi vita avrebbe avuto una svolta. L'espressione “la svolta della mi vita” qui un è per modo di di. Sarei rientrato, e al siuro avrei negoziato il quanto e il come. Alla fine forse m'avrebbero preso, sarei sortito a mani in alto, ma c'avrei provato, avrei chiesto che so, 'na borsata di sordi, un eliottero. Ma deh... regolare, il maniglione un c'è. C'è anch'a cessi, ma se ti ci vòle.... Sicché principiai a bercià, a scalcia la porta... Un l'avessi ma' fatto rinviarono a smanaccià, a vocià, una bestia rise, altra disse “Ale!”.... Ma la porta restò chiusa. Pensai d'esse alla fine. Neppure la consolazione di vedé scorre tutta la vita come un film. Dice lo faccia spesso, e ci sta sia successo anch'a me, che ne so... forse un si trovò il film, io un riordo nulla... Fu un “dalle stelle alle stalle”... una condizione che purtroppo si doveva ripete nella mi' vita. E allora... che vòi fa? Meno male da lì a pòo le bestie smisero di fa casino e pigliai a tirà su latte. Che si chiamasse latte lo seppi diversi mesi dopo, lì per lì che vòi, era bono e gni deitti con gioia. Sarà andata così? Si? No? E che ne so. Tanto una bugia un'è. Che ne sa la gente come andò quande venne al mondo. Ma se qualcuno mi paga, gli dio quel che mi passa per la mente e mi garba di più. E se me lo richiede glielo ridio. Due, tre, quattro volte. Mia uguale eh? Che ripassi dallo stesso solco sarà difficile. Sempre a rota libera.... E se ci piglia gusto a sentì... deh, io godo a raccontà e chissà alla decima che sorte, che solco piglio: “Nacqui a Krypton, le culle dal pianeta fluttuavano sospese da piccoli fasci antigravità. Pargoli avvolti in carta stagnola emettevano metallici 'uueee' che un sistema stereo centralizzato, portava alle cuffie di infermiere bone e sorridenti, una per neonato. Dalla tecno-music batuffolare, le infermiere interpretavano con esattezza i suoni associando ogni nota al bisogno.” Storie così... Insomma se era che parlavo per fallo divertì, doveva sgancià. No? Il problema a quel punto era capì le su’ intenzioni. Na' parola. Prima accennavo alla sua guardia impenetrabile, ai rarissimi, lievi e velocissimi movimenti delle pupille, delle ciglia. Per non parlare dell'aggrottar della fronte. Un avvenimento accaduto una sola volta. Beh, due forse... comunque... Comunque, anche intercettando questi segni vitali, il che non è scontato, devi poi interpretarli. Teniamo conto che il registrarli bene in mente già è uno sforzo... L'emozione istantanea guida uno strano processo per cui, nello spazio di un batter di ciglia, non è il modo di dire, un centinaio di fotogrammi impressionano qualche migliaio di cellule. Maggiore l'emozione, maggiore la durata della registrazione nella mente e la sua qualità: il contrasto, la nitidezza, la luminosità. Purtroppo le forti emozioni tendono anche a distorcere la realtà, l'oggettiva realtà, per così dire. (l'oggettiva realtà è una convenzione, esistono pulsioni, stati d'animo... questi danno il segno alle cose che formano la realtà, nel bene e nel male) Quindi, il mio problema, capire cioè se lui analizzava me o se mi usava per auto analizzarsi, rilassarsi, divertirsi (“having a good time”, a speaking only English person would say, which I am not, so I would never say that), non era affatto semplice. Tutto si basava su quei millimetrici movimenti corporali e purtroppo di questi millimetri, tutti in fila un facevano un centimetro. (se poi li sbatacchi s'accavallano e fa anche meno...). Insomma. Insomma, dovevo attinge dal poco verbalmente disponibile, alle pochissime parole non meno rudi, a mio avviso, degli sconfinati tic-tati silenzi.       Voila l'esatto sonoro della sua obiezione alla mia proposta di raccontare una barzelletta. Parola per parola.  “Barzellettaaaa!?!?!... Già questo... bastava. Si noti la scia delle “a”, o meglio, la stessa “a” che slitta e sbatte sul punto esclamativo. Punto duro, irremovibile come muro di cemento. Inspessito e armato da gancetti della più inossidabile retorica. Indistruttibile. Segno d'un uomo che vive in un conforto a prova di bomba, blindato. Un'esistenza, un mondo dove tentennare è prerogativa esclusiva della canna da pesca... ma solo quando abbocca un pesce d'un certo calibro. Se oscilla al vento si cambia. Un uomo che... Piove? Tira fuori l'ombrello pieghevole dall'apposito comparto nella sua cartella professionale. Deve leggere? Prima mette gli occhiali poi prende il giornale o il libro, mai viceversa. Compra un vestito? Il vestito copre decorosamente e ripara dal freddo. Il cibo nutre.... Gli scappa di pisciare? Ha dieci secondi per tirarlo fuori. Se non ce la fa, freno a mano, cellulare... “118? Ho la zip dei pantaloni inceppata...” La Nutella la tiene nascosta nella piccola cassaforte dell'ufficio. Il cognac nel sottofondo segreto della cassaforte. Non ho mai visto né cassaforte, né la Nutella né il cognac, nessuno me l'ha detto, penso che nessuno sappia nulla. Ma la Nutella esiste e il cognac è di gran marca. Lo so. Deve essere così per forza. Metti che un giorno invece che a sinistra, s'accorge che nel cassetto i cucchiai stan meglio a destra, uno così, apre la finestra e esce... in silenzio, senza voltarsi, sperando di non dare nell'occhio. Unico rimpianto: la Nutella. Il cognac l'ha usato per darsi coraggio, ultimo e primo segno d’una umanità latente. Pensate che il mia sia solo il mezzuccio per sentirmi superiore ad uno sguardo di mesi? Niente affatto, è la serietà della polemica seria del saggio consapevole e sereno... Consapevole che se non trovo quanto prima l’adeguato sfogo tra un pochino lo meno. Ah ah ah lo meno, si lo meno, che bello che bello, evviva... ok, basta così. ..D'in sulla vetta della torre antica, passero solitario alla campagna.... “D'in, d'innn...” argentei rintocchi, il perdersi di solitari versi d'un passero come campana cristallina... Quando risento il benevole tepore di questi versi sui connettori neuronali del mio cervello... è un incanto, mi rilasso, sto bene. Ma è anche affar serio. La poetica che mi affiorava alle labbra in quel momento combaciava in poco con le parole del poeta preferito. Un episodio di momentanea dissociazione?... Sottigliezze. Proprio in situazioni come quelle la reazione è soggettiva. Che tu passi i prossimi quindici, venti anni in galera oppure no è questione d'un attimo di forza d'animo. O di culo. Insomma, o ti ritrovi senza accorgerti con le tue mani sul collo della persona. Modo rapido, silenzioso, elegante... di soddisfazione, unica controindicazione i venti anni. O esci strattonando la porta, che però sbattendo non fa cadere il muro tanto meno la casa, come invece intendevi. O, disimpegno farmacologico: puntandolo fisso negli occhi infili una mano in tasca, afferri una grossa pillola di calmante concentrato e istantaneo, quindi, sempre agganciato ai suoi occhi, te la fiondi in gola. Tre secondi e senza emetter suono e batter ciglio gli crolli davanti. La variante della capsula al cianuro da schiacciare coi denti tipo super spia del KGB, è da considerare. Pare si trovino ancora cercando bene. Si sostituisce la carica di cianuro col calmante iper concentrato e... niente più imbarazzi, pericoli di perdere il controllo, ecc... Rimani immobile, muto, fissandolo per cinque, dieci secondi, lui finalmente sta per aprir bocca e te... il click d'un molare e crolli. Le prossime quattro ore, a quel punto, son cazzi sua. Un metodo da sfruttare a pensarci bene. Es. ti fermano per eccesso di velocità in centro abitato, il carabiniere t’avverte che può toglierti la patente. Prima supplichi a parole, fai voci, suoni, sospiri, ecc. La mano del carabiniere si avvicina involontariamente alla fondina... Arrivato all'apice, con l'attenzione su di te e sul tuo stato emotivo nel raggio di cento metri, afferri il braccio della guardia ormai con le manette in mano, schiacci la capsula e... E chi te la leva più la patente. Ti risvegli in ospedale e l'infermiera con un sorriso riporta le scuse dell'appuntato. Il senso di colpa è uno dei sinonimi dell' “essere umano professionale”, e nell'Arma pare che questa specie non sia proprio del tutto estinta. Strano vero? Scusate l'inciso, scrivendo vengono a volte idee pratiche. Oppure, ultima possibilità, che poi è il mio caso, e cioè trovi lo straordinario escamotage di estraniarti mentalmente. Ecco perché risentii le righe del Leopardi, una valle mi riempì la  mente ma sulle labbra, in totale dissonanza, affiorava prepotente: “L'ammazzo, giuro che me lo fotto. Ora. Subito!” Due stati opposti e contemporanei. Una separazione altamente instabile, una scintilla, un contatto fortuito e l'entropia m'avrebbe sommerso come una diga che esplode. La soluzione di contare: uno, due tre... immaginando tante pecorine che saltano l'asticella, una alla volta, una alla volta....avrebbe portato alla catalessi perpetua: il gregge è si numerabile, sempre  si rispetti la fila, ma illimitato. Dunque, riprendiamo dalla sprezzante esternazione:  “Barzellettaaaa!?!?!... Per i non addetti è il “sottolineare con disprezzo”.Siamo a un passo dallo schifo. Una microscopica sillaba ancora da parte mia e dava di stomaco. Restai di ghiaccio. Ero sgonfiato, vuoto. Invece continuò: Barzelletta eh? Scaviamo invece, lasci perdere le storielle divertenti...ok?”.    Un sardonico abbozzo di chi ti percepisce povero stronzo, a questo punto ci stava. No? Che dite?... Macché! Solo “Ok?” Un insulso, inespressivo, inerte e a ciglia ferme: “Ok?”. Moviti Cigliolo!! Fossi profeta questo sarebbe il mio ordine. Non “alzati e cammina”. Non “che i tuoi occhi vedano”. Non “vieni fòri Lazzaro”. No, non subito, magari dopo. Tra il baritono e il tenore esclamerei: “Moviti Cigliolo! marianna 'ane! Sennò ti do”. Una mia amica commentò che “la mancanza d'espressione denotava incontrovertibilmente la “motivata esternazione tecnica”, una critica nel merito, oggettiva, fatta a proposta oggettiva: il modo formale di comunicare la sua istantanea valutazione, niente di personale...” Fa l'assistente sociale, non avverto per avvalorarne l'opinione, ognuno è libero... solo spiegare il linguaggio. Ad ogni modo ne fui rinfrancato, Il pensiero che potesse avercela col sottoscritto sarebbe stato insopportabile. Caso mai ero io ad averne di motivi e senza neppure andare sul personale. Sul personale poi …. Dopo tutto lo stress da noia sofferto in quei mesi, quelle innumerevoli ore lasciatomi assurdamente a sua disposizione. Tempo vissuto senza esserci, col faro spento del suo sguardo a frugare, frugare... All'idea di usare le barzellette ero arrivato da riflessioni simili. E non soltanto barzellette, come ho detto, ma ogni storiella utile allo scopo, ogni aneddoto, spunto atto ad essere elaborato e infilato, con opportune modifiche, nella mia vita reale. Era un modo di aggirare l'ostacolo, o la critica. Potevo dimostrare che la mia proposta serviva, che era utile ad allentare la tensione, ed allentandola aiutare diciamo... l'economia della mia analisi? Che non ci fosse di che analizzare, ne ero convinto, chi mancava all'appello era lui, non so se mi spiego. E prima era... Insomma, sentivo di poter dare il mio apporto e ci provai. Qualcosa di sbagliato? Questo succedeva un mercoledì. Poco più di un mese dopo, sempre di mercoledì, misi fine alle storielle. Alla “fase narrativa dei miei incontri”, come già scritto. Nella mente le parole dell'illustre, il tono della sua voce, quell'impersonale retorica facciale mi gelavano ancora lo sguardo come rivivessi il momento. Solo lo stupore non c'era più. Lo stupore dell'inattesa reazione, che aveva scolpito la scena, impressionandola indelebile da qualche parte tra martelletti, labirinti e bulbi oculari. E la nuca dietro.    Come ho detto, passai la seduta successiva in silenzio, un po' pensando, un po' a far finta di farlo. Terminato l'incontro, una volta fuori, invece del salto al bar, mi incamminai verso casa scegliendo però un giro lungo. Arrivai più confuso di quando avevo lasciato lo studio dell'Arguto ad Oltranza. Salii i trentotto gradini delle scale esterne e cercai senza fretta la chiave. Prima di inserirla nella toppa della serratura, un miagolio e il grattar della gatta dall'interno mi informò che ero atteso. Come al solito mi aveva sentito. Ho una gatta, o meglio, una gatta vive con me da un paio d'anni. Quando uscendo non mi seguiva, al mio rientro dava il benvenuto a quel modo. Girai la prima mandata con in mente un'improvvisa riflessione, qualche secondo di pausa e partii lentamente con la seconda. Al momento dello scattò e il conseguente socchiudersi della porta, i miei pensieri erano già altrove. L'esimio mezzobusto a sangue tiepido giaceva comodo comodo dentro una celletta su misura. Avevo la risposta, o meglio una metodologia. Basta con espedienti, tattiche del momento, no, basta. Punto e accapo. Serviva una strategia o a breve l'avrei davvero mandato a pascolare. Una strategia di disimpegno, tipo militare, scientifico, fate voi. Sentii la gatta appoggiarsi all’orlo dei pantaloni, mi abbassai, la raccolsi, entrai. Richiusi deciso la porta. Ooohh... Voleva scavà!!??! Voleva davvero scavà? E allora e si scava, e si scava... puttana Eva... Un'avé paura, gli avrei dato di che sfogassi!  Con un sospiro allungai automaticamente la mano e palpai il muro per l'interruttore quando mi sovvenne improvviso di una deliziosa porzione di zuppa inglese artigianale chiusa in frigo, tra le sottilette e i wurstel di pollo. In attesa. Il ricordo mi riconciliò col mondo compresa la spessa imbottitura di formicolanti rompicoglioni. Uno stato di grazia effimero, transitorio.... estremamente transitorio. Che foss'anche cento volte “estremamente” e mille “transitorio”,  era tuttavia sufficiente ad accelerare il mio passo verso la cucina.      Senz'accorgermene cominciai a trottà. Fu allora che percepii l'impellente urgenza della mia vescica. Dovevo ottemperare o non mi sarei goduto degnamente quella beatitudine semifredda. L'aver accelerato evidentemente non bastò, il passo diventò falcata senza chiedermi “posso?”. D'un tratto ruppi e passai al galoppo e purtroppo lo stimolo s’accentuò. Percorsi il breve corridoio dell'ingresso al buio, d'istinto trovai e girai la maniglia della porta lato notte e da li, ignorando ancora l'interruttore, spinsi con un piede l'uscio del bagno. Entrai. Un click illuminò le bianche maioliche (di Dover?). Volando, forse, non ricordo, mi trovai davanti alla ciambella verticale del water. Da stimolo o d'istinto, le ginocchia s'arcuarono, lasciai la presa sulla gatta che saltò giù a stirarmi il bordo dei calzoni. .... aaaahhhh la zuppin.. aaahhh glees...se aaahhhh.... Allontanai più volte la gatta dalla caviglia con con un piede... …. aaahhhh... se faccio la cioccolata e ce la vers.. aahh .. sopra... aaahh....calda!? aahhh mmmhmmm... aahhh.... (fine terza parte)

 -29.10.2013-

Cin Polam

“senza titolo”