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Affacciandoci al belvedere dell'universo l'occhio attento scruta geometriche luminescenze, e viaggi impossibili prendono forma nella mente disegnando distanze alla velocità dei calmi pensieri. Ricami di saette brulicano nell'impalpabile plasma nero cogli scatti di penetranti e libere molle. Noi, avventurosi Astrofili dell'Alta Valdera partiamo dalla notte a cavallo d'un raggio di luce macinando sette globi di terra in un secondo e la Cina omaggio. Un tocco di pendolo e dal pallido faccione, l'occhio antico e infarinato strizza il buon augurio agli amici del suo pianeta: “ehi là!...”  mi volto... più nulla, né luna, né polvere... tacciono gli echi. Ricomposti, riprendiamo comodamente seduti. Otto, lenti, minuti... ...venti secondi, improvvisa la carezza di Venere, ...la guardo svanire... svanire... e Mercurio si sporge: “Cu cu!”. ...magmatici barlumi salgono alti, tiepidi aloni immensamente vuoti, palpitano più intensi, e ancora e ancora più caldi...   poi, solo luce bollente... Sole. L'immensa fiammata. 154 milioni e 600 mila chilometri, il giorno perenne è lì, lo guardiamo guardarci passare, inerme di stupore, confuso, forse, dall'evanescenza luminosa che ci sostiene. Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone cinque ore, polvere. Stretti stretti alla luce, entriamo nello spazio aperto. Qualche fronte imperlata si gira verso l'origine che,  come germe madreperlaceo, in una tubante e battente grande piazza bianca appare. Eppur ancora il cuore arrossa.
Chiarori di sole scivolano sulle nostre spalle, negli occhi, nuovi traccianti penetrano mura nere. Orizzonti cosmici senza fine né perché. Ma siamo appena fuor dal cortile, è ancora galassia di quartiere... Nelle temute solitudini sfavillanti meteoriti percorrono ammassi globulari, una dietro l'altra luccicano costellazioni, poi, qualcosa, cambia... universi bonzai si contraggono lenti, piccole galassie orbitali, si gonfiano, circondano il potente raggio, che non si arresta... Sempre più profonde, immense ci inglobano, ci toccano, respirano accanto, … è la periferia di Andromeda... l'infinito trattiene il fiato... eppoi... Andromeda... si apre. La bella vicina della porta accanto con spasmo stupendo di lucente ignoto, illimitata, ci abbraccia, ci annulla, ...svapora gli steccati dei sensi, ci scalcia fuor dalla mente. Chi rinchiude il pensiero nel cerchio tracciato da un braccio assimila ragione e materia poesia e istinti fantasia e schemi curiosità e bisogni... Ci chiama bestie e cavalca il paradosso dell'idea creatrice. I curiosi Astrofili, solo noi, gli appassionati delle distanze immense alziamo la testa per ore senza mai inciampare. Noi, gli Astrofili, le iridi son ali di farfalla, posiamo gli sguardi sui mondi come zampettar sui fiori. Girar con lo sguardo mette allo specchio i pensieri riposa lo spirito, appaga le menti, da conforto, rasserena. Le consuetudini esplodono, in fondo agli occhi riluccicano i colori: le difficoltà sono barattoli vuoti da prendere a calci, nel vuoto dei giorni di festa. Mille e mille, milioni, miliardi... tutti i numeri diventano piccoli a cavallo dei veloci raggi di luce. D'innanzi immensi bagliori, dietro, l'oscurità trattiene il tempo. Fasci multicolori e aurore boreali tremolano verso il nulla. Nessuna fine alla frontiera. Nessun motivo per una fine.
Faremo tappa sul bordo del Belvedere, vedremo le Candide Vallate, sentiremo i concerti angelici... ma non ci tratterremo. Non possiamo, non vogliamo. Il profumo della mente diventa sito insopportabile prosciugando, avvelenando l'Oltre. E Mente e Oltre sono coinquilini nel nostro dizionario tascabile. Trattenuti come l'aquilone al filo, i corporei Astrofili, ritornano sempre e ritorneremo anche stavolta. Una terra invecchiata di secoli ci accoglierà col suo tran tran giusto per l'ora di colazione. Ma gli orizzonti indefiniti attraversati di corsa, o solo immaginati, è quel che nutre e lubrifica le nostre arterie. Purissima aria. Come potremo fermarci? Chi ce lo impone? Il desiderio di illimitato a perdita d'occhio dove passeggiare incontrarci, salutarci, augurarci il bene ci tonifica come al parco delle rose in mattini senza fine, dopo notti insonni. All'uomo che fece cent'anni cent'anni fa, a chi ansima in coda e di code vive, a chi tra cent'anni inspirerà l'aria grinzosa di ansimanti, vuote esistenze ai cui tanti fini, la morte dette requie... vorrei dire della prima volta che fissai il cielo e non caddi. Chiederei il tempo per indicargli una stella almeno, un puntino luminoso, chissà le volte che ha visto, senza notarne i richiami, capire la voce. Ogni stella un mondo, una luce che supplica udienza, e che un soffio infin la sposta per al di là di altri, infiniti puntini luminosi... Un punto, ne basta uno, quello sottomano, che più brilla e indifeso ci fissa o come serpe ci imbambola: si parte da lui: “salve...”. Si riparte con lui: “... è stato un piacere” “i tuoi arcobaleni”. “troveranno ambiente,” “i miei pensieri già accelerano” “in onde si espandono” Dicono “astrofili” di noi , alziamo la testa senza inciampare, facciamo parte dell'universo e vorremmo girarlo in un viaggio senza tempo, e al mattino, allo specchio ci viene da ridere, che, in fondo, basti così poco per racchiudere così tanto. Almeno nel tempo dei nostri occhi. ....................... eccetera eccetera... Cin Polam (luglio 2013)
Da Libbiano a cavallo d'un raggio di luce ovvero un invito alla ragione,  alla creatività, e alla forza interiore
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Raggio di Luce