Squeezers - Analisti -
© M.I.U.S. 2013

        “Freud at thirty paces” 

               (Freud a trenta passi) -29.08.2013-

PARTE 1° 

Sara Paretsky

 
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Sara Paretsky

Il dr. Ulrich von Hutten riceveva i pazienti nel salotto sul retro della sua casa sulla Quinta Avenue. Una piccola ristrutturazione del piano terra permetteva un passaggio privato per mezzo del quale i pazienti evitavano il salotto anteriore e la scala verso i piani superiori. Sul retro, dalla stanza delle consultazioni una porta si apriva sul marciapiede che collegava la casa alla Settantaquattresima Strada. Una siepe divideva il breve camminamento dal minuscolo giardino, dove la signora von Hutten coltivava begonie e odori. Questa soluzione tecnica separava i von Hutten dai suoi pazienti. Certo è che alcuni di loro non avevano mai raggiunto la certezza se il dr. Von Hutten fosse sposato. Altri sospettavano la presenza di un bambino, (bambini?) dai suoni attutiti di esercizi al piano filtranti nel passaggio privato, o dal crescente odore di sauce madére in quei pomeriggi che il dottore aveva ospiti a cena. Inoltre, rispettando gli orari, i pazienti non si incontravano mai – uscivano attraverso una porta diversa da quella da cui entravano. Von Hutten non aveva reputato necessario una sala d'attesa. Invece aveva installato una piccola poltrona giusto fuori la stanza di consultazione, dove i super ansiosi potevano sedersi, in attesa dell'accendersi della fioca luce gialla che li avvertiva che il dottore era pronto. Il contatore iniziava a correre esattamente all'inizio della sessione analitica e si fermava con altrettanta precisione quarantacinque minuti dopo. Il dr. Von Hutten premeva un pulsante sul pavimento e, simultaneamente, si sbloccava la porta d'ingresso, s'accendeva la luce gialla e partiva il contatore. Il paziente in ritardo, di corsa da un parrucchiere all'angolo della sessantesima e Madison, o da un incontro in Wall Street, trovava il dottore privo d’ogni espressione, seduto su una poltrona in pelle, posta dietro al logoro divano ereditato dal grande dottor L-- di Berlino. L'agitato paziente lasciava allora cadere i pacchi, cappotto e borsa su di un tavolo laterale, arrampicandosi poi sul divano. Il dr. Von Hutten restava volutamente impassibile. Unico rumore il lieve ronzio del contatore sulla parete opposta. Dopo quarantacinque minuti, il contatore si arrestava, la porta sulla strada si apriva automaticamente e il dr. Von Hutten pronunciava le sue prime parole della sessione: 'Il nostro tempo è terminato. Prossimo appuntamento con lei domani alle due.' - Oppure venerdì alle nove e trenta, o una qualsiasi altra data... Il dr. von Hutten apparteneva a quella stretta classe di analisti che credevano di dover limitare al massimo le parole verso il paziente. Il paziente non doveva conoscere nulla del dottore – il solo  trasferimento consentito era in una direzione. Il dottore ne era assolutamente convinto. Oltre ad articoli su riviste specializzate, aveva scritto diverse colonne per il New York Times, dove deplorava la tendenza di alcuni moderni analisti di parlare, raccontare il loro amore per Mozart, il loro odio per le begonie... Il dr. von Hutten non attaccava i colleghi analisti sulla stampa popolare. Pur tuttavia, la maggioranza del mondo psicoanalitico di New York, sapeva che le sue critiche, non erano di carattere generale. L'oggetto specifico della sua collera aveva un ufficio di fronte al suo, giusto sulla parte opposta di Central Park. All'incrocio della sessantaquattresima e Central Park Ovest, il dr. Jacob Pfefferkorn riceveva i pazienti... (fine prima parte)
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